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..Ricordi del passato......
Postato il: 10-05-2012 @ 11:41 pm -- letto 1581 volte


Ma facciamo un passo indietro:come detto nel primo capitolo, i bambini "arrivavano",e quindi parlerò dei bambini.

Si i figli “arrivavano” dicevano gli adulti, per volontà della “Misericordia” del signore, ci vollero parecchi anni per sapere di quale misericordia, e di quale signore si trattava. Ma tant’è; la cicogna era oberata da super lavoro, infatti più che depositarli nella culla, secondo me gli lasciava cadere dall’alto.
Mediamente le famiglie dell’epoca erano composte da sei sette figli (nove a casa mia) con punte che arrivavano a dodici, quelli che ne avevano meno di cinque, già erano guardati con sospetto, gli altri quelli con uno o due, erano compatiti e oggetto di ironiche allusioni; infine la coppia che non ne aveva neanche uno, il marito era liquidato con un commento lapidario; “è bizzu” (sterile) alla moglie veniva ironicamente suggerito; (visto l’ambiente agropastorale) de “cambiai cuaddu” (cambiar stallone).
C’è un rammarico che mi perseguitèra tutta la vita; ogni tanto capita di leggere sui giornali di nascite “eccezionali”; pupi di tre chili e ottocento grammi , o quattro chili: a me che all’atto della nascita pesai ben sei chili, neanche una riga a fondo pagina, ma così và il mondo purtroppo.
Viste le mille incombenze delle massaie dell’epoca, i fratelli più grandi facevano da baby sitter ai piccoli senza discriminazioni sessuali; maschi o femmine non faceva differenza.
Il momento del cambio dei panni visto che i “Pampers” erano di là da venire e vista anche le anguste dimensioni della cucina si faceva corona attorno alla mamma che trafficava con pannicelli e fasce, noi merito del prodigioso latte materno, siamo venuti su alla grande, e a vedere il fratellino di turno con il culetto roseo e i rotolini sulle cosce che sgambettava come solo i bambini sanno fare, ci scappava di accarezzarlo, o dargli pizzicoti con le mani fredde, ovviamente il bambino piangeva e per tacitarlo se non bastava “s’anninnìa” ( filastrocche in sardo, che si cantavano al bimbo) gli si preparava sa “simingionera”, si trattava di un quadratino di stoffa dove si metteva un chucchiaino di zucchero, legato poi con del filo da cucito a formare una pallina a mò di ciuccio.
La “Chicco” non aveva negozi da quelle parti, e allora le massaie si arrangiavano come meglio potevano, il quadratino di stoffa (poteva essere anche circolare) a volte veniva anche ricamato per decorarlo. 





Ricordo di una donna che non era tanto raffinata, preparava sa simingionera con un pezzo di stoffa grossolana qualunque, e anche di grandi dimensioni, e vedere questo bambino con un “straccio” enorme in bocca per tutto il giorno, faceva una certa impressione.
Ma i bambini non piangevano solo perché infastiditi dai fratellini; piangevano anche per i malanni che prendono i bambini del mondo.
Visto che il pediatra non era a portata di mano, la mamma interpretava l’origine del pianto e attuava i rimedi che gli dettava l’esperienza.
Se si trattava delle malattìe esantematiche al contrario delle preocupazioni che suscitano oggigiorno; “sa rosa” (il morbillo) dicevano quasi con sollievo; “mellus chi da passidi a pippìu che a mannu” (meglio passarla da piccolo che da grande).
Se invece i sintomi non erano cosi evidenti come il morbillo o la rosolìa, allora; forti di robuste esperienze le donne facevano le loro diagnosi.
“Su pippìu est’a dolor’è brenti” ( Il bambino ha mal di pancia): rimedio: scaldava un cucchiaio di olio d’oliva e massaggiava il pancino con l’olio amalgamato con fondi di caffè.
Se si sospettava una slogatura veniva messo bocconi e veniva “misurato”: si prendeva il piede destro e la manina sinistra e si facevano toccare da dietro a incrocio e si ripeteva con gli altri due, se il pianto aumentava la diagnosi era; ( non senza addossare la responsabilità al baby sitter di turno) “Su pippìu portad unu dolori, das pigau mali” (il pupo ha una slogatura, lo tenevi male), “mi toccad’a du portai a du bì tzia Annetta”.
La tzia Annetta era una sorella di mia nonna, e si era guadagnata la reputazione di saper guarire i dolori; fossero slogature o malanni muscolari, con l’ausilio di olio d’oliva caldo e massaggi vari riusciva a rimettere in sesto varie situazioni.
Da tutto il circondario adulti o bambini che fossero se avevano problemi di quel genere si rivolgevano alle cure di tzia Annetta. 





Era frequente il caso che si dovesse ricorrere a “sa mexina de s’ogu pigau” (la cura del malocchio) ; non si trattava di una vera e propria malattia, ma di una situazione difficile da spiegare.
Pare ci siano delle persone con una carica negativa potentissima, che anche involontariamente possono trasmettere con la sola occhiata, il loro negativismo (da qui il malocchio) alle cose che gli circonda; fiori, piante, animali, e anche le persone; specie i bambini.
C’è un’aneddotica sconfinata da riempire milioni di pagine su ”S’ogu pigau” ma io mi limiterò ad alcuni cenni di cui sono stato testimone; ho visto piante da fiore seccarsi istantaneamente dopo che erano state elogiate dalla comare di turno, torte che dopo un’ora di forno sembravano appena impastate, una nidiata di vispi porcellini; morire tutti insieme dopo che erano stati ”visti” e vantati della loro bellezza; la cosa strana era che questi porcellini erano ghiacciati, come fossero morti da due giorni.
Un mio nipote che dopo tante inutili cure sembrava spacciato,lo stesso medico di famiglia, pur con una solida reputazione ammise che con la sua scienza non ci capiva più nulla, suggerì a mia cognata di far fare “sa mexina”; guarì prodigiosamente. Descriverò sommariamente come si faceva “Sa mexina” era una cosa semplice ,si mettevano un certo numero di chicchi di grano in acqua, se si formavano delle bolle d’aria attorno ai chicchi,era la prova che il “malato”era “pigau de ogu”,si recitavano allora “brebus” (orazioni, e segni misteriosi) ;se presente il malato gli si dava da bere un po’ dell’acqua usata o inumidita la fronte.
Non so perché, non so per come, ma la cosa funzionava, io stesso ho dovuto rivedere il mio scetticismo in materia, avendo sperimentato sulla mia pelle la bontà di questa pratica.
Una volta mi venne un terribile mal di testa; cosa rara per me, la cosa durava giorni e non c’era verso che passasse: mia madre che faceva “sa mexina” disse “tui ses pigau de ogu” con tono canzonatorio gli dissi ; ”ma finiscila siamo nel duemila ancora credi a queste cose?”; fatto stà che mi fece la cura: miracolo come fosse venuto un angelo con un colpo di spugna mi portò via il dolore; a questo punto; scettico fino all’estremo ma mi dovetti arrendere all’evidenza. 






Ma c’erano casi gravi di chissà quali patologie in cui bisognava riccorrere a “s’affumentu” (la fumigazione), tale operazione comportava l’esposizione ai fumi di particolari erbe e piante, con l’aggiunta al fuoco di altri “ingredienti” accompagnati da “brebus” (orazioni religiose) ricordo che io subìi quella tortura, dopo un lungo periodo di febbre altissima e delìri, l’equipe degli esperti decise “Su pippìu bolid’affumentau”.
Venni così esposto al fumo (seppi in seguito che si trattava di assenzio) e altre robe che non ricordo, e credo di esser vivo per miracolo, perché stetti così male per la cura, da rendere preferibile la malattia che si voleva curare, tuttora quando vedo una pianta di assenzio, al ricordo mi vengono i brividi sulla schiena.
Altra cura del periodo che farà rabbrividire era la cura che si applicava a chi aveva un attacco di favismo.
Il favismo è una malattia dovuta alla carenza di un enzima nel sangue, è diffusa in tutti i paesi del mediterraneo e purtroppo in Sardegna è parecchio diffusa, per diagnosticare questa carenza è sufficiente un esame del sangue, ma come detto in quel periodo ci si arrangiava alla bell’è meglio.
L’attacco si scatenava in seguito al consumo di fave fresche e nei casi più gravi poteva portare anche alla morte, e la persona che veniva colpita da quest’evento, ben avvolto da coperte veniva sepolto nel letame; ho detto proprio nel letame solo la faccia veniva lasciata scoperta per respirare, e dicevano che in seguito a questa cura la guarigione era assicurata, io un pensiero in merito lo avrei; la malattia piuttosto che subire la puzza del letame, abbandonava spontaneamente il corpo del malato.
C’erano come adesso malattìe su cui non avevano effetto, nessun tipo di cura empirica, erbe, o brebus che fossero, allora bisognava portare il malato all’ospedale.
Ogni tanto mi scappa da ridere da solo, quando mi viene in mente il racconto del ricovero di uno zio colpito da Peritonite.
Diceva il narrante; “quando ho visto che questo era in preda a dolori atroci” dice “giungiu su juù in su carru e nci du portu immediatamenti a su spirali”: e cioe aggiogo i buoi sul carro e lo porto immediatamente all’ospedale.






L’avverbio “immediatamente” affibbiato ad un giogo di buoi è di per se azzardato, vedere arrivare al pronto soccorso un giogo di buoi, a muggiti spiegati a mò di sirena e con le corna lampeggianti; beh l’immagine se pur di fantasìa mi fa ridere.
Dopo questa lunga parentesi sulla salute e sulle cure che si applicavano in quel tempo c’è da dire che alcuni bambini si perdevano per strada; purtroppo, ma c’era una sorta di fatalismo in questo; “Su signori comenti si d’ad’donau si ndi d’ha’ pigau”, e generalmente veniva subitamente rimpiazzato.
Fatto stà che il primo medico che ho visto,è stato quando avevo cinque anni e mezzo, per i vaccini che facevamo prima di andare a scuola.
Spenderò due parole su questo medico, innanzitutto penso che stia bruciando tra le fiamme dell’inferno; forse era la prima volta se non ricordo male, che andavo in città; di una timidezza estrema, quella degli animali inselvatichiti, mi ritrovo davanti un omone con una voce stentorea,con due cespugli al posto delle soppraciglia, che mi chiede; con una siringa enorme in mano da dove vengo, io a monosillabi gli dico il nome del mio villaggio e lui con quella voce tonante dice che gli abitanti di quel villaggio proprio non gli sopporta: penso fosse vero perche avvicinò l’ago della siringa alla fiamma di una candela di cera, per disinfettarla in preda al terrore sentìi sfrigolare l’ago sulla fiamma, e mi “pugnalò” con determinato sadismo con la siringa: rimasi zoppo quindici giorni con una suppurazione al sedere inguaribile; tuttora quando vedo l’ago di una siringa entro in fibbrillazione e penso a quel maledetto “macell..ottore”.

Grrr.gif


Ultimo aggiornamento il 10-05-2012 @ 11:41 pm



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Commento di: terrypux
(Postato il 11-05-2012 @ 05:00 pm)

Commento: grande canifuendi !!mi hai fatto sorridere e mi hai fatto ricordare quando facevo la bambinaia ai miei fratelli qualcuno pesava più di me ,ho conosciuto tutte le medicine che hai descritto ,mia madre si scontrava spesso con mia nonna perchè nonna le conosceva tutte e le metteva in atto, mamma non aspettava ,correva subito da un medico ,io per far piacere a mia suocera quando il bambino piangeva e non sapevo perchè permettevo che lei gli facesse la medicina del malocchio ma poi di corsa dal pediatra .
fantastica l'immagine del carro a buoi trasformato in ambulanza !
se l'ospedale era lontano rischiava di trasformarsi in carro funebre vista la velocità dei buoi ,BRAVO !

Commento di: canifuendi
(Postato il 11-05-2012 @ 10:52 pm)

Commento: Grazie Terry per i tuoi commenti benevoli; fanno sempre piacere ...ed io stò cominciando a credere che...."Si coment'è scrittori non seu cancarau".........

Commento di: terrypux
(Postato il 12-05-2012 @ 10:45 am)

Commento: no non sesi cancarau ...ge tarrangiasa abbastanza beni tocca sighi a iscri ca deu ge sigu a liggi !!

Commento di: bettyboop
(Postato il 12-05-2012 @ 08:24 pm)

Commento: I ricordi, stavolta, ritornano in stile discorsivo, con i refusi voluti, sparpagliati nel racconto, a mo' di copyright. Per chi gli ha parlato, la sensazione è di sentirlo, con il suo fare un po' guascone o, come dice lui, da timido e ti lasci andare a un "ma sai che hai proprio ragione? Anch'io...". Un Emmepi, insomma, in grande spolvero!! Son quasi certa, però, che rispetto al sito sardo, una parola l'ha cambiata...male...tipica sua è l'altra!! ;-)


Commento di: canifuendi
(Postato il 13-05-2012 @ 12:09 am)

Commento: Il tuo commento Betty mi fà piacere, pur nel suo ermetismo di difficile interpretazione ..(per un rusticone di campagna)..ci trovo delle note lusinghiere: Grazie!!!!!!!

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