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MINIERA ,morire per vivere
Postato il: 10-12-2015 @ 08:17 am -- letto 807 volte



Questa era la vita di mio padre ,dei suoi tre fratelli ,e di tanti amici ,chi non è morto sotto le frane o lo scoppio del grisù ,il gas che si sprigionava nelle gallerie facendole saltare in aria,gli altri sono morti in seguito coi polmoni bruciati dalla silicosi .
La sveglia continua a trillare ma non ho le forze per allungare il braccio e spegnerla. Riesco solo a pensare che non possono essere già passate sei ore dall’inizio del mio riposo. Mia moglie dall’altra parte del letto riesce ad allungare il gomito tra le mie costole ancora doloranti e capisco che è arrivato davvero il momento di alzarmi. Cerco le forme della sveglia: la latta gelida risveglia un altro po’ i miei sensi. Sbadiglio rumorosamente. Me ne pento subito pensando che Giovanna inizierà il suo turno alla laveria alle 9. Le nostre mani, entrambe dalle unghie incorniciate di nero, si sfiorano per un momento. Vago per la stanza cercando i miei vestiti: la lana punge ma si riscalda in fretta grazie al calore del mio corpo. Mi terrà un po’ più al caldo, sotto la tuta da lavoro.

Non mi sono ancora abituato a questa nostra nuova casa: odora di calcestruzzo e il mio naso non è riuscito ancora ad abituarcisi. Dicono che entro la fine dell’anno saranno ultimate altre cinquemila abitazioni simili alla nostra. Arriveranno un sacco di altre persone che, come noi, si trasferiranno dalla campagna e da un altre parti d’Italia, a questa nuova città.

Io e la mia famiglia siamo arrivati dal paese circa dieci mesi fa per lavorare nella nuova miniera. Qualche mese dopo, a inizio estate, han detto che l’Italia è entrata in guerra e che il nostro sostegno sarebbe stato ancor più importante, anzi fondamentale. Vedesse il duce come ci prodighiamo ininterrottamente, quanto l’Italia sia supportata dalle nostre fatiche,seppur lontani dal fronte. Che poi: anche qui abbiamo i fronti. I nostri si chiamano fronti di abbattimento e determinano le aree, man mano, da far brillare.
Il caffè d’orzo è pronto: il duce ha detto che quello normale fa male. Ne verso una bella tazza calda, mi ci ustiono il palato ed esco. Fa freddo in questa nuova città. Il gelo penetra nei vestiti e non c’è doppio maglione che tenga. Sento l’aria fredda e umida impossessarsi prima delle scarpe, poi dei calzini e infine di me. Tra questi pensieri appanno la vista con il respiro. Prendo la bicicletta: il sellino gelido mi fa uscire definitivamente dal torpore, fino a scuotermi in un brivido che sale dal sedere sino al collo.

È ora di andare. Tra le prime luci grigie, dalle traverse di via Roma iniziano ad uscire altre biciclette come rami sul fiume spinti dalla stessa corrente. Come sempre, in successione, da destra arriva Lai, il carichino, fischiettando. Subito dopo Giovanni, il tubista, che ogni mattina ci appare sempre più incazzato. Non saluta, maledice qualcosa e qualcuno ad ogni pedalata e va avanti cercando di superare tutti manco fosse Bartali al Giro D’Italia.

Scambio un saluto e due parole con Mario che arriva da sinistra, ma non riusciamo ad intavolare grandi conversazioni. La bassa temperatura mangia pensieri ed energie
Le due torri della miniera ci salutano e, come ogni giorno, quasi ci viene una riverenza. Sono alte e maestose e sembrano vogliano comandare il nostro cammino.

Entriamo negli spogliatoi. Adesso la caciara risuona: è ampia e bene distribuita tra tutti. C’è chi parla delle gonne della Signora Liliana, c’è chi parla della guerra. Qualcuno dice che stiamo facendo grandi cose in Libia e in Egitto e tutto grazie al nostro lavoro qui in miniera. Il Cinegiornale ha detto che grazie al nostro carbone vengono forgiate “le armi della pace e della guerra”.

Altri, invece, parlano delle nuovissime perforatrici ad aria compressa che hanno sostituito i picconi ed il moto picco: frantumano il carbone più velocemente e in pezzi più grandi. Io riesco a pensare solo al loro rumore e ai ronzii che questo posto mi lascia e che mi accompagnano anche nel sonno. Suona la campanella: la vita della miniera è regolata come un cronometro. Prendiamo i nostri caschi e ci dirigiamo verso gli ascensori. Strano nome, penso, per noi che non saliamo affatto ma che ci intrufoliamo nelle viscere della terra. Un indice con una freccia, simile al termometro di una caldaia, indica le tappe della nostra discesa. Oggi il mio breve viaggio finisce al terzo: è lì che, con i miei aiutanti, stendo i binari per i vagoncini. Ci chiamano gli “stradini”. Ci sentiamo come quando da bambini segnavamo il percorso con le biglie, con un rametto, sulla sabbia.

Nel vano dell’ascensore, l’aria sale dal basso, colpisce e raffredda le tute e rimbalza sulle visierine dei nostri caschi, fino a deviarla sui nostri visi.

Penso alla campagna, alle mie mucche, ai colori e soprattutto al verde dell’erba, mentre qui…

Il caposquadra mi richiama dai miei pensieri e, cercando di superare il frastuono, urla di scendere. Mi sistemo i guantoni come un pugile, faccio un passo, sento le mie suole scrocchiare e frantumare la polvere scura.

È iniziata una nuova giornata in bianco e nero qui in miniera, che di nuovo non ha niente

Ultimo aggiornamento il 10-12-2015 @ 08:17 am



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Commenti postati
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Commento di: canifuendi
(Postato il 29-04-2016 @ 09:41 pm)

Commento: Dopo una lunghissima pausa..(Involontaria)...Non mi faceva entrare nel sito,non so perchè...Mi imbatto nel tuo scritto Terry; tenero, delicato, vero;Brava Teresa, mi piace assai....:-))

Commento di: terrypux
(Postato il 05-05-2016 @ 11:25 am)

Commento: Ciao canifuendi ben tornato !!pensavo fossi emigrato ,magari alle Maldive !!

Commento di: canifuendi
(Postato il 06-05-2016 @ 10:55 pm)

Commento: No Teresa,vivo stabilmente a RIO.............. ;-)

Commento di: terrypux
(Postato il 07-05-2016 @ 10:01 am)

Commento: MURTAS????bellissima località vacanziera ,e neanche tanto cara !!!

Commento di: canifuendi
(Postato il 08-05-2016 @ 08:05 pm)

Commento: No Teresa.....Anguiddas...Un luogo ameno,poco conosciuto dai "turisti" ...(Meno male).....;-))

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